LA STORIA

Secondo quanto apprendiamo dalle notizie riguardanti Sulmona, si puo' ritenere che essa sia sorta, come centro urbano, dopo il 90 a.C., nel periodo in cui venivano abbandonati i centri fortificati della nostra valle, il maggior esempio dei quali fu il Colle Mitra.
Attualmente non possiamo dare per certe queste notizie, in quanto gia' prima dell'abbandono di tali nuclei, il fondovalle era intensamente popolato. L'ipotesi di uno studioso inglese, basandosi su tradizioni e toponimi come Fonte Sulmontina, Orto di San Panfilo, Passo San Panfilo e chiesa fondata nel villaggio di Pacile, pone la primitiva ubicazione di Sulmona proprio sulle alture del Colle Mitra. Inoltre le mura che nomina lo storico Tito Livio, parlando delle scorrerie annibaliche nel paese dei Peligni (XXVI, 11, 11, 13), sarebbero quelle del centro fortificato.
Le leggende intorno alla nascita della nostra citta' citano un certo Solimo, mitico eroe frigio, compagno di Enea che, abbandonando Troia dopo la sua distruzione, si rifugio' nella terra italica.
Il periodo che seguì la caduta dell'Impero Romano (tra il 476 e il 1000) causò la contrazione dell'estensione dell'abitato con successivo abbandono di ville e casolari: per il resto le notizie sono molto scarse fino al sopraggiungere del vescovo Panfilo, da cui avrebbe preso il nome il nostro Borgo.
Le città antiche si strutturavano intorno alla piazza che si formava con l'intersecarsi del "cardo maximus" (strada principale) col "decumanus" (strada trasversale che va da est ad ovest) e venivano così ripartite in quattro settori che, oltre che avere un interesse topografico, facilitavano la distribuzione di diritti e doveri di ogni singolo quartiere. Tale struttura si ritrova anche in Sulmona, che originariamente era attraversata da una strada principale, o "cardo", ricalcata in linea di massima sull'attuale Corso Ovidio, delimitata a nord da Porta San Panfilo e a sud da Porta Salvatoris, si presentava divisa in sestieri, ognuno dei quali assumeva il nome della porta situata nella sua zona.
Già in epoca repubblicana la città superava probabilmente questo nucleo centrale; ciò si desume dal ritrovamento di molti resti archeologici nell'area compresa tra Porta San Panfilo e la Cattedrale sin dall'XI secolo.
Verso gli inizi del XIV sec. si ritenne necessario allungare l'originaria cinta muraria, per inglobare nel nucleo urbano la Cattedrale. Sul lato sud-est fu aperta la porta Sancti Amici, in sostituzione della porta di S. Agostino o S. Panfilo, rimasta all'interno, sulla prima cinta muraria. La porta Sancti Amici, chiamata talvolta di San Panfilo, era sita a fianco della chiesetta omonima, vicino alla Cattedrale e precisamente, nella parte orientale, dietro di essa vi era il cimitero. La chiesetta di Sancti Amici forse fu rasa al suolo nel 1501 come la porta che vi sorgeva vicino. Si pensò di ricostruirla e mentre alcuni come il Piccirilli, ritengono che tale costruzione non si eseguì, il Sardi De Letto ne attesta la creazione e il successivo crollo nel sisma del 1706. Dopo tale data ne venne fondata un'altra che assunse il nome di Porta San Panfilo.
In base alla planimetria del Tabassi, tale porta era attaccata al cantonale della facciata orientale.
La zona antistante la Cattedrale fu denominata da sempre "platea maior" (la piazza più grande) per l'ampio spazio che inglobava, al suo interno solo piccole case, casareni e, verso il Gizio, le fornaci che diedero il nome al Borgo Pinciaro, facente parte del Borgo San Panfilo insieme a quello di San Lorenzo. Il Borgo Pinciaro, nome che gli venne da "pincio" cioè coppo, si chiamò anche di Santa Maria "de fore" e "dei Grimaldi", dal personaggio che donò il sito alla città.
La chiesa di Santa Maria "de fore" fu tramutata in quella di San Carlo e poi in quella della Concezione e ora fa parte del palazzo vescovile.
Il Borgo di San Lorenzo trasse la denominazione dalla piccola chiesa dedicata al santo martire, nei pressi di San Panfilo.
La grande area posta tra la Cattedrale e Porta San Panfilo, secondo progetti urbanistici duecenteschi, era deswtinata ad accogliere un grande agglomerato urbano, riunendo le varie case che erano sorte vicino alla chiesa di San Lorenzo, S. Andrea e Santa Maria "de fore" per evitare l'isolamento del complesso cattedrale-episcopio.
Le abitazioni sorte nella zona si radunavano in tre nuclei. Il Borgo San Panfilo, propriamente detto, era il sito compreso tra la Cattedrale e la chiesa di S. Andrea "de fore", sul lato opposto il Borgo San Lorenzo, di fronte il Borgo Pinciaro, al ridosso della prima cinta muraria, tra S. Andrea e Santa Maria "de fore".
La nostra "platea maior" fu da sempre riservata a fiere e mercati che avrebbero dovuto evitare lo spopolamento del borgo, ma neanche la concessione fatta da re Roberto d'Angiò nel 1314, di poter tenere un mercato nella piazza ogni mercoledì, evitò l'esodo degli abitanti di San Panfilo che, anzi, andarono ad accrescere quelli del borgo pacentrano, sorto nel XIII secolo, più vicino ai servizi e soprattutto al mercato del sabato in piazza Maggiore o Garibaldi. Non servì neppure l'istituzione della fiera di otto giorni in occasione della festa di San Dionisio, dal 3 al 10 ottobre, né quella concessa da Ladislao di Durazzo nel 1392 per l'Assunta. Un ulteriore danno alla vita del borgo lo arrecò la carestia seguita nel 1348 alla peste nera, che uccise così tanti cittadini da doverli seppellire persino nelle piazze.
Anche il codice sulmonese è mutilo della parte riguardante il nostro Borgo; per ovviare a tale inconveniente si è ricorsi alla documentazione fotografica. Da essa si desume che gran parte delle case del borgo possedevano un casareno, cioè una specie di casetta rustica annessa; il resto della zona era adibito per lo più a orti e giardini.
Caratterizzante del Borgo San Panfilo era soprattutto il monastero degli Agostiniani e l'adiacente ospedale di San Panfilo. Il nostro Borgo però non riuscì mai ad inserirsi a tutti gli effetti nel vivo della città e addirittura, nei catasti del XV secolo, è ignorato sia come entità amministrativa che urbanistica, tanto che gli spazi "intra ed extra moenia", cioè le cortine, continuarono ad essere occupate da orti e giardini.
Nel XV secolo porta San Panfilo si denominava anche di San Martino, per la vicinanza della cappella dedicata al Santo, presso il convento degli Agostiniani, poi di S.Agostino, detta anche "barriera", per la presenza delle guardie daziarie. La zona compresa fra le vecchie mura e la Cattedrale, verso la fine del XII sec., prese il nome di Borgo San Panfilo, per servire il quale fu innalzata una nuova porta detta Romana o di San Matteo, ancora esistente e datata 1428. Riguardo alla porta di S. Agostino ed al suo abbattimento c'è una lunga storia.
Per molti anni si discusse circa la necessità del suo spostamento, fino ad arrivare al 24 marzo del 1824 quando il decurionato decise il suo dislocamento; il giorno seguente, un gruppo di operai iniziò l'abbattimento che si protrasse per 16 giorni. Nel periodo che seguì furono molti i progetti per la costruzione della nuova porta, ma il problema era rappresentato dalla zona in cui doveva sorgere, piena di buche, con una strada polverosa e sconnessa che bisognava livellare.
Solo il 5 giugno 1863 si iniziarono i lavori per la nuova porta, che ultimata si presentava come un grande arco.
Ancora nel 1800 la zona racchiusa sotto il nome di Borgo San Panfilo era per la maggior parte invasa dalle erbacce, il monastero degli Agostiniani era ridotto ad un cumulo di macerie. Venne rasa al suolo sia la porta S Amico che quella di S. Agostino e abbattuto il muro dell'orto della Chiesa per allargare l'orizzonte verso il viale della stazione.
Nel 1867 si decise di costruire una villa nella zona della Cattedrale, e per questo si aprì una pubblica sottoscrizione. Prima di ciò fu però necessario rendere omogenea e pianeggiante la zona scelta. Nella seduta del 13 maggio 1868 si stabilì la data di inizio del progetto "Villa Comunale".
Nel 1880 si edificò, al centro della villa un'orchestra in muratura che avrebbe ospitato la banda comunale, nel piazzale denominato "Vittorio Emanuele", che ancora oggi viene usato durante le fete patronali dalle bande dei paesi limitrofi.
Si fa risalire al 1925 la realizzazione dello stadio, sul fianco orientale della Cattedrale che da molte parti fu criticato aspramente, in quanto andava a "sporcare" una zona fino ad allora occupata esclusivamente dalla Cattedrale.
Successivamente fu ceduto dal capitolo il terreno verso occidente della Cattedrale, ove prima si ergeva il palazzo vescovile, distrutto dal sisma del 1706 e divenne il belvedere della città. Venne evidenziato così il portale laterale della Chiesa che forse era l'ingresso riservato al vescovo e ai canonici o, semplicemente, per la gente comune. In tale sito fu anche ritrovato un pozzo i cui ruderi sono stati portati nei locali canonicali.
 

                                                                                                 Alessandra Del Boccio